Dal focus group “Genitori senza stereotipi” organizzato dal CIOFS-FP Don Bosco di Conegliano, una riflessione profonda sulla complessità del mondo giovanile e l’importanza di ascoltare senza giudicare.

In un’epoca contrassegnata da una complessa crisi educativa e da un mondo in costante cambiamento, l’insicurezza e la fragilità di giovani e adulti sono un esito fisiologico difficile da affrontare. Il legame e l’alleanza tra scuola e famiglia nel tessere una rete di sostegno per la crescita dei ragazzi assume in questo senso un’importanza fondamentale. Per questo motivo il CIOFS-FP Don Bosco intende impegnarsi nella costruzione di un ponte che non sia semplicemente fatto di voti e criticità incontrate nell’arco del percorso scolastico, ma analisi condivisa delle difficoltà con cui i giovani si devono confrontare e azioni concrete da intraprendere per essere di sostegno in un processo di sviluppo sano.

Per perseguire questo obiettivo abbiamo attivato, insieme ad Ecipa, un’iniziativa che, partendo da un ciclo di incontri con i ragazzi incentrato sul tema della parità e della violenza di genere, si è concluso il 31 maggio in un incontro Focus Group con i genitori dal titolo “Genitori senza stereotipi”. I ragazzi, a conclusione del loro percorso, hanno prodotto una presentazione sugli stereotipi di genere, dal titolo: “Gli stereotipi sono vecchi tu no”, in cui hanno convertito alcuni luoghi comuni e schemi di pensiero tradizionali sul ruolo di uomini e donne, in nuove formule orientate alla parità. Il lavoro è stato il risultato dell’approfondimento della tematica attraverso cineforum, laboratori creativi e la ricostruzione storica della progressiva acquisizione dei diritti da parte delle donne. La discussione aperta da queste attività ha stimolato lo spirito critico e soprattutto la consapevolezza necessaria a sensibilizzare e a riconoscere preventivamente comportamenti e pensieri che possono condurre a forme di violenza e discriminazione. 

Alcuni elaborati dei ragazzi realizzati durante gli incontri

Il lavoro con i genitori è partito dall’elaborato degli allievi che hanno partecipato al ciclo di incontri e da una domanda: quanto ci appartengono quegli schemi e quanto li sentiamo effettivamente superati? I differenti punti di vista hanno fatto emergere attraverso il dialogo un mondo in evoluzione che sta concettualmente assorbendo nuove consapevolezze ma che storicamente ha ancora bisogno di tempo per rendere la parità un fatto universale e pienamente integrato nei diversi livelli culturali della società. Ma a che punto sono i ragazzi? Quanto effettivamente le parole su inclusività, parità, empatia, si traducono in fatti? Dalla cronaca emerge infatti un ritratto dei giovani completamente diverso, affatto innocui e sensibili nei confronti della fragilità. Violenza, maltrattamenti, discriminazione, sembrano questioni sempre più urgenti e fuori controllo. Quanto questo ritratto è reale e quanto invece connesso ad una attenzione esasperata su questi argomenti da parte della stampa e dei genitori? I ragazzi sono realmente inclusivi o semplicemente indifferenti? Afferrano i concetti che esprimono o ripetono cliché come un disco rotto? 

Il dialogo tra i genitori sugli schemi di genere e il loro superamento, si è trasformato in un’opportunità per affrontare insieme l’incomunicabilità intergenerazionale, l’apparente inaccessibilità di una realtà, quella dei giovani, che probabilmente, invece, è solo complessa. Una complessità che deve trovare le parole per potersi esprimere. Parole che è però impossibile trovare se non ci sono orecchie pronte ad ascoltare e anime pronte a ricevere senza giudicare. I genitori per primi hanno cercato allora di mettersi nei panni dei propri figli e di comprendere i loro bisogni, di familiarizzare con un’empatia, un ascolto e una comprensione della fragilità che non si può pretendere nei figli se prima non passa attraverso gli adulti di riferimento.

Quante volte la fretta, la distrazione, il susseguirsi degli impegni quotidiani ci toglie l’opportunità di fermarci e incontrare veramente l’altro? Quante occasioni perdiamo per stabilire un contatto autentico con la realtà dei nostri figli? Quante volte la lasciamo fuori dalla porta di casa sordi, o ciechi, di fronte a quella che troppo spesso si traduce poi, quando è troppo tardi, come delusione? Ecco che allora l’incontro di un sabato a scuola è stato l’occasione per fare quello che di cui c’è bisogno con i ragazzi ed in generale nel nostro mondo: fermarsi insieme ad altri e riflettere insieme, ascoltare senza giudicare, accettare le divergenze, fare lo sforzo di comprendere, entrare in empatia. Perché in fondo non ci si può aspettare dagli altri qualcosa che non si è in grado poi di fare e rappresentare in prima persona.

Se è vero che non ci sono più valori condivisi e che, in assenza di un codice comune, il dialogo intergenerazionale è sempre più complesso, lo smarrimento e l’insicurezza di fronte a questa complessità è un sentimento comune che contamina sia la realtà dei giovani che quella degli adulti. E di fronte allo smarrimento darsi il tempo e lo spazio di ascoltare e vedere la fragilità, lo svantaggio dell’altro, è forse la più potente arma per la lotta contro qualsiasi forma di pregiudizio e disparità.